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Ekaterina Mechetina, ventisette saggi sulla musica e sulla vita

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Dal 17 al 29 giugno del 2019, a Mosca e a San Pietroburgo si terrà il XVI Concorso Tchaikovsky. È uno dei più importanti eventi musicali di quest’anno ed è certo uno dei concorsi più importanti e più conosciuti al mondo. In una certa misura, la musica classica è presente nella vita di ogni persona. Sulle pagine del mio sito ne abbiamo parlato con diverse persone importanti in questo campo, tra cui il fondatore dell’Accademia Pianistica d’Imola Maestro Franco Scala, famosi pianisti russi e italiani, maestri di musica, il costruttore di pianoforti a coda Luigi Borgato, il famoso accordatore italiano Aldo Santarpino, cantanti lirici e registi d’opera.

Quest’anno vorrei farvi un regalo. È un progetto che sto sviluppando insieme a Ekaterina Mechetina, bravissima pianista russa, celebre in tutto il mondo. Ekaterina ha cominciato la sua vita concertistica molto presto. Ha vinto vari concorsi internazionali importanti: il “Premio Mozart” (grand prix) di Verona nel 1989, il Ferruccio Busoni (il 5 premio) nel 1995. Ha vinto il primo premio al Concorso di Pinerolo nel 2003, la medaglia d’oro e il primo premio al Concorso di Cincinnati nel 2004. Ha inciso diversi CD, partecipa a numerosi festival musicali ogni anno. Fa circa 70 concerti all’anno e gira con numerose esibizioni in molte città russe e molti Paesi del mondo. Da qualche anno fa il festival musicale “Zeleny shum” a Surgut, dal 2011 fa la parte del Consiglio di Cultura presso il Presidente della Russia, insegna presso la Scuola Centrale Musicale di Mosca e anche presso il Conservatorio Tchaikovsky di Mosca.

Il progetto è questo: ogni due settimane, con l’aiuto di un generatore di parole casuali, Ekaterina sceglierà una di una lista di 27 parole preparata da me e in un breve saggio condividerà con voi i suoi pensieri e ricordi su questo tema. Spero che questi interventi colgano la vostra attenzione perché Ekaterina non solo è una bravissima musicista ma è anche una persona molto interessante e profonda. Sono sicura che i suoi saggi saranno letti con grande interesse sia dai miei numerosi amici musicisti sia dalle persone che sono curiose di saperne di più non solo del mondo musicale in generale ma anche di Ekaterina Mechetina.

Ecco la lista:

Concorso, Musica, Pianoforte a coda, Scuola Centrale Musical, Shchedrin, Giappone, Aereo, Famiglia, Gatta, Automobile, Mosca, Conservatorio, Sala da Concerto, Agitazione, Rachmaninov, Yamaha, Verona, Russia, Italia, Surgut, Mondo, Desiderio, Musicista, Delusione, Successo, Casa, Allievo.

Cominciamo la nostra avventura e aspettiamo di vedere quale di 27 parole verrà scelta per prima. In bocca al lupo a noi con Ekaterina e buona lettura a voi, cari lettori!

Marina Nikolaeva, gennaio 2019

“In principio era la parola e la parola era... pianoforte a coda". Chiedo scusa a tutti i credenti per questa parafrasi cinica, ma per me è stato proprio così. Ero una bimba precoce. Ho imparato a leggere all’età di due anni e un mese con il metodo della "lettura veloce” che era di moda negli anni ’80: schede con le parole “mamma”, “babbo”, “nonna”, “nonno”, “pianoforte a coda”, “violoncello”. La mamma era pianista, il babbo violoncellista. La parola “violoncello” era più facile per me, la identificavo per la sua lunghezza :-) E la parola “pianoforte a coda”…

A casa nostra c'era un pianoforte a coda. Mamma, babbo e io abitavamo tutti e tre in una piccola stanza di cui il quarto inquilino era il pianoforte a coda di mia madre. La sua tastiera praticamente incombeva sopra il letto dei miei genitori. E, sotto lo strumento, c'erano diverse cose per cui non c’era posto nell’armadio. Io usavo alcuni di questi oggetti come giocattoli. Tra l’altro ci stavano dei flaconi di uno shampoo bulgaro alla “Rosa” e all'“Ortica”. Mi piaceva capovolgere questi flaconi come se fossero clessidre, e osservare la piccola bolla d’aria che pigramente si spostava dal basso verso l'alto. Anche la tastiera faceva parte dei giocattoli dei miei lenti e infiniti giorni infantili.

Il pianoforte a coda era vecchio. La sua vernice non brillava più e non era più neanche completamente nero. Qua o là mancavano scheggie di legno e si intravedeva il legno senza la lacca. Era sopravvissuto alla Seconda Guerra Mondiale nascosto in una cantina sconosciuta. Era un Blüthner degli anni ’30. I suoi tasti bianchi non erano di avorio ma di osso. Molti avevano la "carie”, delle macchie scure, e certi anche dei buchetti. Io identificavo ogni nota grazie ai rilievi del tasto perché ciascuno aveva il suo aspetto peculiare. Con questo strumento ho fatto i miei primi passi. Abbiamo passato insieme 10 anni fino a quando, al suo posto, non è arrivato un nuovissimo e brillante Yahama, il mio premio per il grand prix al Concorso di Verona, vinto grazie alle lezioni fatte sul mio vecchio Blüthner.

I pianoforti a coda certo non sono di carne e ossa ma per me non sono neppure "oggetti". Sono i nostri strumenti, strumenti che ci permettono di esprimere un pensiero, un sentimento in modo più preciso, più delicato, più sublime della parola. Grazie alla loro perfetta accordatura, ci ispirano, ci aprono nuovi orizzonti, ci suggeriscono una nuova sonorità.

Possono essere molto diversi e a loro ti devi abituare. Anzi, la capacità più importante per un pianista è proprio essere in grado di "conoscere" un nuovo strumento in pochi minuti. I pianisti non portano con se' i loro strumenti in tournee, come fanno i violinisti.

Ogni produttore di pianoforti ha le sue caratteristiche: Steinway ha un timbro espressivo e canoro, Yamaha ha una tastiera perfettamente regolata e un pedale molto sensibile, Kawai ha un registro acuto brillante, Bösendorfer ha una sonorità tridimensionale. Allo stesso tempo, ognuno di loro è un mondo diverso. E ciascun strumento ha la sua personalità.

Quanti pianoforti a coda ho visto nella mia vita? Credo siano alcune migliaia. Che differenze hanno? Ce ne sono di “comodi” e di “disubbidienti”, di “cupi” e di “rumoreggianti”, di “tesi” e di “leggeri”. E poi i pianoforti a coda possono essere nuovi o vecchi! Pensate ad una automobile. Il pianoforte a coda, al contrario di un violino la cui vita dura dei secoli, più è nuovo, più è facile da "guidare" e più è sicuro. Però uno strumento antico è praticamente una macchina del tempo: è stato suonato dai grandi del passato. Ha un suono diverso rispetto ad uno strumento contemporaneo e super tecnologico perché oggigiorno l’ingegneria pianistica è alta tecnologia, ma nel suono dello strumento antico c’è il fascino dei tempi passati, la nostalgia per il Secolo d’Oro della Musica e dei grandi pianisti del passato.

Il pianoforte a coda e il pianista sono due parti di una un unico essere. Siamo come Centauri, in cui uomo e cavallo non esistono l'uno senza l'altro. Siamo congiunti con questo strumento che nella classificazione scientifica viene chiamato uno “strumento a percussione” e passiamo tutta la vita a cercare di superare la sua natura a percussione e di farlo cantare.

gennaio 2019
la traduzione in italiano di Marina Nikolaeva

La seconda parola è “Italia”. Incredibile, ma questo generatore di parole casuali sa tutte le cose più importanti su di me, praticamente rispettandone l’ordine cronologico.

L’Italia ha fatto “irruzione” nella vita mia come un fulmine da enormi altoparlanti di un sistema audio Panasonic! Mio babbo era un orchestrale. Questo, nel periodo della Unione Sovietica, lo metteva in una posizione privilegiata: aveva la possibilità di andare spesso all’estero, comperare attrezzatura musicale e non solo quella. All’età di quattro anni avevo già le scarpe da ginnastica Adidas, che in quel periodo erano solo un sogno per molti bambini del mio Paese! Come ho già detto nel primo intervento, ho imparato a leggere e a scrivere molto presto ed ero certa che la parola “krossovki”, che in russo significa “scarpe da ginnastica”, si scrivesse “krAsovki”, che nella mia lingua significherebbe solo “scarpe da pavoneggiarsi”. Per questo motivo ero sicura che fossero fatte proprio per pavoneggiarsi, come una modella in passerella.

Invece, non mi interessava affatto come venivano scritti i nomi delle magnifiche scarpette di vernice e dei bellissimi abitini da principessa che i miei mi compravano. Non ero una bambina viziata ma spesso ero vestita da principessa, molto elegante. Nonostante tutta questa attenzione alla esteriorità, però, ero anche una bambina molto ben educata. E questo grazie ai miei genitori.

A sette-otto anni ero la proprietaria di un bel sistema audio e qualche audiocassetta, una con le canzoni di Al Bano e Romina Power e l’altra dei “Ricchi e Poveri”. Ho imparato a memoria i testi di tutte le canzoni. Il fatto che non li capissi non mi impediva di riprodurli in modo molto preciso nel microfono. Il ruolo di microfono era svolto da una bomboletta di lacca per capelli di mia madre! Vedendo il mio riflesso nelle lucide porte dell’armadio, mi sentivo un’artista su un grande palcoscenico. I momenti di canto e di ballo erano di pura felicità. Negli anni successivi non mi è più capitato di cantare ballando, ma mi è sorto un grande interesse per la lingua italiana anche perché, studiando musica, ho imparato molti termini musicali. Tutti i miei amici erano certi della mia ottima conoscenza dell'Italiano quando mi sentivano suonare il pianoforte e cantare il mio repertorio del Bel Paese.

La nostra Scuola Centrale Musicale di Mosca era spesso visitata da ospiti stranieri. Venivano per imparare i metodi del nostro celebre sistema musicale, che faceva crescere molti giovani talenti, e per incontrare questi personalmente. Tra le altre, è arrivata anche una delegazione della televisione italiana per girare il documentario “Una giornata di un allievo della Scuola Centrale Musicale”. Hanno scelto me come una dei migliori. Avevo 10 anni e facevo il quarto anno. La troupe cinematografica mi seguiva a scuola e a casa, con i miei amici, con la mia famiglia: alla lezione di specializzazione, a casa a prendere il the, a giocare a hockey da tavolo con un compagno di classe. In Italia questo documentario fu trasmesso da Canale 5.

Ero entusiasta degli ospiti italiani e dopo la loro partenza li ho disegnati per lungo tempo sui miei quaderni mentre raccontavo episodi della loro visita. Ho chiesto ai miei genitori di comperarmi un manuale di Italiano e lo studiavo diligentemente da sola.

E poi… il destino si sviluppa stranamente. Come dice un proverbio russo, “Non c’e’ male senza bene”. In questa storia, però, il dolore fu catastrofico e pubblico. Alla fine del 1988 in Armenia ci fu un fortissimo terremoto che distrusse completamente le città di Spitak e Leninakan: 25.000 sepolti sotto i palazzi, 514.000 persone rimaste senza case e 140.000 con gravi ferite. Avendo 10 anni io non potevo capire l’orrore di questa tragedia ma il mio primo concerto da solista, preparato insieme alla mia insegnante Tamara Leonidovna Koloss, fu proprio in memoria delle vittime armene. Decidemmo pure che i diciassette rubli guadagnati con questa esibizione fossero dati in beneficienza agli Armeni.

Questa tragedia unì gente di Paesi diversi. Molti contribuirono ad aiutare l'Armenia, che allora faceva parte dell'Unione Sovietica. Su Canale 5, tutti i soldi vinti e raccolti in una delle serate del programma “TeleMike” furono inviati lì. Proprio io fui invitata alla trasmissione di Mike Bongiorno come rappresentante dell'Unione Sovietica per ricevere un assegno simbolico.

Rimasi molto colpita dall’Italia. Era il mio secondo viaggio all’estero perché sei mesi prima ero stata in Bulgaria. Certo, allora non ero particolarmente sensibile all'arte e alle bellezze che mi circondavano. Da bambina tutto mi sembrava naturale, l’arte faceva parte anche del Paese e non sapevo ancora darle particolare valore. Venezia? Sì, era bella ma umida e i canali puzzavano. Il Duomo di Milano? Sì, lo guardavo ma mi interessava molto di più una cagnolina nera chiamata Monica che non capiva neanche una parola di russo. I capolavori architettonici non facevano parte dei miei interessi di bambina. In quel periodo, per me era molto più importante il fatto di essere in Italia, dove si cantavano bellissime canzoni nella lingua più bella del mondo, dove abitava Michele Placido che recitava ne “La Piovra” e che chiamava "cara" la sua “moglie” televisiva, che lo ricambiava con "caro". A 10 anni questo fatto mi affascinava molto. Ad una bambina venuta dall'Unione Sovietica, l’Italia appariva certo un Paese favoloso e inaccessibile. Confesso che le cose che mi colpirono di più furono pennarelli colorati, quaderni con copertine spettacolari, bellissimi portapenne e gomme per cancellare aromatizzate, perché in URSS non c’era nulla di simile.

Comunque, le riprese della trasmissione di Mike Bongiorno andarono bene, suonai due brani e presi un enorme assegno simbolico dalle mani del presentatore, che allora era super popolare. La visita in Italia era andata bene e a questo punto la storia sarebbe dovuta finire. Poco dopo, però, a scuola arrivò dall’Italia una lettera a mio nome. Dentro la busta c’era un invito ad un concorso musicale internazionale per bambini! La lettera però era arrivata troppo tardi. Non avevamo il tempo per mandare tutti i documenti necessari e la videoregistrazione per il concorso. Abbiamo quindi spedito una gentile risposta con la spiegazione della situazione, ringraziando per l’invito. Ma improvvisamente è arrivata un’altra lettera, questa volta dal comitato organizzatore del concorso: “Nessun problema per il ritardo. Abbiamo sentito la tua esibizione alla trasmissione di Mike Bongiorno. Hai superato il turno di qualificazione”. E allora ho dovuto prepararmi per il concorso.

Racconterò nel dettaglio del "premio Mozart” a Verona nel mio intervento dedicato ai concorsi. Ora vi dico solo che lì vinsi il grand prix e diventai la prima bambina sovietica vincitrice di un concorso in un Paese capitalistico. L’Italia, uno dei due Paesi dei miei sogni di bambina, continuava a portarmi fortuna, allegria e non smetteva di arricchire la mia vita di eventi miracolosi.

In Italia sono tornata ancora per qualche tour, qualche concorso, di cui la maggior parte è andata molto bene. A poco a poco ho conosciuto diverse città italiane. Crescendo, ho cominciato a capire i fantastici tesori d’arte di cui e' pieno questo Paese. Molti anni dopo, ritornando a Venezia, sono scoppiata a piangere per la bellezza incredibile di questa città. Mi affascinava anche lo splendore della natura italiana quando andavo in montagna a sciare d’inverno e a camminare d’estate. Tra le regioni più amate ci sono sempre state Toscana e Alto Adige. In questi anni ho imparato meglio la lingua italiana e ora so parlarla. L’Italia è un Paese fondamentale per la mia vita: qua sono iniziati, si sono sviluppati e poi realizzati alcuni progetti importanti, qui ho fatto conoscenze fondamentali che hanno avuto un impatto su tutto il mio percorso.

Amo profondamente e sinceramente questo splendido Paese, la sua gente, la natura, l’arte, la lingua, la musica e la cucina. E dall'Italia mi aspetto sempre nuove incredibili sorprese.

gennaio 2019
la traduzione in italiano di Marina Nikolaeva

 

 
 
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