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DUE GOCCE D’ACQUA

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La gazzetta romana Notizie del giorno del 31 gennaio 1822, riportava in terza pagina il seguente articolo:

 

- Una nuova, lustrissima speranza sorge per il teatro musicale italiano. Il giovane maestro Gaetano Donizetti, allievo dei più celebri professori di musica, s'è slanciato a gran volo con la sua opera veramente seria, Zoraide di Granata, ch’ebbe la prima rappresentazione sulle scene del Teatro Argentina la sera del passato lunedì ventotto cadente.

 

Unanime, sincero, universale fu il plauso meritevolmente riscosso dall' affollato auditorio che decretò al lavoro gli onori del trionfo. Ogni pezzo fu accolto con tanto gradimento; però con entusiasmo l’introduzione, il duetto e il quartetto dell’atto primo; e la romanza; la grand’aria di tenore e il finale dell’atto secondo. Donzelli eccellente cantore e abilissimo attore, trascina seco a suo piacimento gli affetti del pubblico; la Mombelli sempre uguale a sé stessa rapisce con la dolcezza del canto e coll’espressione patetica del sentimento. Tutti gli animi però si rivolgono al giovane autore e gli rammentano di non fermarsi nell’intrapreso cammino e di non deviare dal bello stile che gli fece onore.

Macte animo, generose puer, sic itur ad astra (Complimenti, fanciullo generoso, così si raggiungono le stelle).

 

All'apoteosi prese parte anche Silviestr Scedrìn, un paesaggista russo che da tre anni coltivava in Italia il suo talento e, pur mostrando una buona grinta, non aveva ancora fatto il passo decisivo sulla via del successo.

 

- Si fa un gran parlare, - scriveva Silviestr ai genitori a Pietroburgo, - del maestro Gaetano Donizzetti e del suo nuovo melodramma. Dopo la recita, lo portarono in trionfo e qualcuno sosteneva ci assomigliassimo come due gocce d’acqua. Dalla principessa Volkonskaja ci mettevano accanto per osservarci in paragone. Fra noi v’è una sola differenza: lui ha i capelli più chiari, essendo anche un po’ più giovane; ci salutiamo sempre con grande affetto, dicendoci all’incontro: - Salve, fratello! -

 

L’anno a seguire anche Scedrìn registrò nella città eterna il suo successo con un quadro dal titolo Nuova Roma, oggi esposto a Pietroburgo al Museo Russo e in replica al Museo Nazionale di Minsk. Mise su tela tutto il realismo romantico che lo distinse come innovatore del panorama piatto della moda corrente e i viaggiatori non partivano da Roma senza avere prenotato almeno un suo dipinto.

 

Scriveva in seguito nella rivista Fiori del Nord, il critico e poeta russo, Antòn Delvig, intimo amico di Pushkin:

- Il quadro piacque tanto che molti desideravano averlo. L’artista, come mi testimoniarono, dovette ripeterlo otto volte nei due anni che seguirono ma, amando l’arte e la natura, non volle essere copista di sé stesso: ogni volta cambiò toni e atmosfera, realizzando così otto originali della stessa veduta -

 

 

Nel dipinto, tra le costruzoni affacciate sul Tevere a fronte del Castello sulla tomba di Adriano, spicca la pericolosa e bizzarra posizione del Teatro Apollo-Tordinona, sempre a rischio d’inondazione: era un importante teatro della capitale che al pari dell’Argentina metteva spesso in scena melodrammi. Il 19 gennaio 1853 vi tenne cartello in prima assoluta, Il Trovatore di Giuseppe Verdi e dello stesso autore sei anni dopo, Un Ballo in Maschera.

 

Queste e tante altre notizie della vita dell’Ottocento si trovano nel romanzo-verità: PIETROBURGO @ITALIA PRIMA FERMATA PIAZZA DI SPAGNA di Franco Giardino, studioso di lunga data del paesaggista russo Silviestr Scedrìn dal talento tutto fiorito in Italia duecent'anni fa. L'ho intervistato.


Marina: Signor Francesco, lei non fa il pittore come mestiere e la sua attività lavorativa non è mai stata collegata con l'arte. Lei ha fatto il biologo.

Francesco Giardino: E' vero sono un biologo d'indirizzo chimico-fisico. La passione per le scienze esatte me la dette Renato Caccioppoli e qui, non a sproposito, voglio dire qualcosa su questo illustre matematico. Con lui, fraterno amico di mio padre, ebbi una lunga consuetudine di vita: suo nonno era Mikhail Bakunin, il celebre filosofo rivoluzionario. Renato fu sempre presente nella mia immaginazione, e credo sia stato il suo carattere d'ascendente russo oltre al fascino dei racconti di un mio prozìo, violinista a corte dell’ultimo Zar, a infondermi amore per la cultura di quel Paese.

 

Non sono un pittore ma non è esatto dire che la mia attività non sia mai stata legata all'arte, dal momento che per lunghi anni mi sono occupato di psicologia dell'arte, anche praticando la fotografia che, penso, abbia molti tratti in comune con la pittura.

 

In queste passioni s'estrinsecava il gusto per l'immagine nato nella mia infanzia fra quadri e cose antiche, essendo mio padre un infaticabile collezionista. Quando poteva mi conduceva per musei, antiquari e mercanti di quadri di tutta Italia o dai suoi amici pittori dove a riguardo apprendevo sul campo nozioni interessanti. Al contempo approfondivo lo studio della Storia dell'Arte con un occhio speciale alla Pittura.

M: Può raccontare come si è appassionato alla pittura russa e perché fra molti famosi e bravissimi pittori si è interessato e ha studiato il paesista Scedrìn.

FG: L'interesse per la pittura russa fu conseguenza dell'interessamento a Scedrìn, allora poco conosciuto in Italia, al quale mi avvicinò un insieme di strane circostanze, quasi un romanzo.

 

A Sorrento, sul prospetto del museo Correale una vecchia lapide elencava, come fa tutt'ora, i nomi degli stranieri illustri che visitarono la città. Un lontano pomeriggio di primavera, il fratello del mio maestro tragicamente scomparso qualche lustro prima, leggeva quei nomi lentamente a voce chiara mentre io annotavo in un taccuino. Goethe… Lamartine, Byron, Tolstoj, erano tutti conosciuti ma quando disse, sillabando: - Sil-ve-stre-sthen-drin, - non capivo anzi non capivamo. Il museo era già chiuso decidemmo quindi d'interpellare un amico del mio amico, dall'infallibile memoria, che tutti chiamavano il Saggio.

 

L'ospite designato non era a casa e, invitati ad attenderlo in biblioteca, potemmo consultare gli indici dell'Enciclopedia Treccani, della Britannica, del Benezit e di altri annuari per capire senza alcun dubbio che Sthendrin non era mai esistito. Dopo un po’ apparve il Saggio ch’esordì, dicendo: Chiarire la vergogna di Sthendrin! e, fatti i convenevoli di rito, continuò: - Ahimè su quella lapide c'è un imperdonabile errore, un'oltraggiosa beffa alla memoria.

 

Scedrìn è il nome! Silviestr Scedrìn da Pietroburgo classe 1791, delizioso paesista romantico la cui arte migliore si svolse in Italia dove morì a Sorrento che ancora non aveva quarant'anni.

 

Ma il passaggio inverosimile del suo racconto fu quando disse:

 

- Nel tempo mistico della mia adolescenza lo incontravo quasi ogni giorno.

 

- La frase ambigua in quella stanza semibuia mi dette un brivido perché Scedrìn era morto 150 anni fa. Poi, visibilmente emozionato, chiarì che il pittore di frequente incontrato non era in persona, ma in bronzo nella chiesa dell’ex convento dove da ragazzo lui stesso viveva con i genitori. Disse inoltre che la chiesa fu poi acquistata, quindi abbattuta e la tomba sloggiata, dal magnate americano Waldorf Astor; e quella fu l'altra beffa!

 

 

Avevamo quasi raggiunto casa quando chiesi al mio amico se avesse detto al Saggio ch’eravamo andati da lui per sapere chi mai fosse Sthendrìn; e rispose: Ma non glie l’avevi detto tu? Il mistero di come l'anfitrione avesse saputo restò sempre un mistero.

 

Dopo quel giorno volli sapere di più del personaggio di cui prima non avevo mai sentito né visto nulla: feci ricerche in proposito però in pubblicazioni italiane trovai davvero poco tranne in Treccani e nell'Enciclopedia dell'Arte, due articoli interessanti ma erano di mano russa.

 

Scedrìn eccelse nei dodici anni trascorsi in Italia e sembrava che avesse scelto Roma, Napoli, e relativi dintorni come patria del proprio talento; perché dunque in letteratura italiana specializzata, in suo proposito non si scriveva nulla? Com'era possibile che a Roma e a Napoli non vi fossero suoi quadri e manco se ne parlasse mentre gli studiosi napoletani dedicavano fiumi d'inchiostro agli autori coevi della scuola di Posillipo? Perché sulla lapide del Correale c’era un errore tanto grossolano? Perché nonostante il titolo che lo rendeva Professore Onorario della Napoletana Accademia d'Arte, su lui era caduto il silenzio?

 

Da non molto s'era chiusa una mia mostra fotografica con immagini e suoni in allestimento sperimentale, al cui proposito un lungo articolo di un'importante rivista specializzata bulgara m'aprì le porte del mondo sovietico. Fui presentato a Mosca al regista Aleksandrov, già coautore di Eisenstein in film epocali e, grazie a lui, ebbi in copia una parte dell'epistolario originale di Scedrìn. Per muovere i primi passi in quel mondo fantastico fu impagabile l’aiuto di mia moglie e di un esercito moscovita di familiari e di amici con il concorso tattico di alcune trascrizioni precedenti per volgere il corsivo degli autografi in stampatello. Successivamente per venire a capo delle moltissime difficolta' irrisolte fu molto utile il supporto datomi in Italia dal nipote di Bakunin. Al contempo m’ interessavo anche al mondo figurativo del pittore.


M:
Come e dove ha visto i lavori di Scedrìn per la prima volta?


FG:
Non avevo mai visto nulla di suo se non si conta un quadretto di attribuzione non certa, in pessime condizioni quindi poco significante, al Museo San Martino in Napoli. Per il primo vero contatto dobbiamo spostarci a Mosca nell’allora chiesa sconsacrata di San Nikolaj in Tolmaciakh, quando la direttrice Esfir' Azarkina fra tanti quadri messi in bell’ordine negli scaffali appositi, mi condusse nell’ombra verso un rialzo a terra dove fino alla Rivoluzione era stato l'altare: poggiato a un cavalletto c'era un quadro scuro. Alle nostre spalle s'accese un faro e nel rettangolo della tela brillò la luna sopra un castello a mare: il Castello dell'Ovo, scenario familiare della mia infanzia. La magica atmosfera che avvolgeva i personaggi accanto al fuoco, l'arancione delle fiamme e il mistero notturno del mare ancora più stimolarono il mio impegno.

 

 

M: Perché ha deciso di scrivere un libro riguardante la vita e l’arte di Scedrìn?


FG:
Poiché merita d'essere conosciuto più di quanto non sia stato possibile mediante le poche pubblicazioni già note. Le sue immagini si collocano in un importante momento dialettico della storia della pittura e non soltanto, in quanto negli anni della sua attività il nuovo sentire romantico si andò affermando in opposizione alla visione neoclassica del mondo. Nel campo del paesaggio il romanticismo di stampo realistico bene s'incarnò nella pittura di Scedrìn che fu uno dei principali protagonisti a livello europeo, della trasformazione allora in atto.

 

Con Pushkin, per citare un esempio di ruolo analogo in letteratura, Scedrìn ebbe una suggestiva sincronia. Lo si può affermare dalla conoscenza delle sue lettere che, indirettamente confermando firme e date apposte ai dipinti, ne consentono lo studio in successione cronologica precisa, anche svelandone l'importanza nel contesto italiano ed europeo.

 

Di là dall'interesse documentario esse hanno anche il pregio di descrivere in modo appassionante la vita dell'epoca, essendo al contempo diario vero di una struggente vicenda umana. Tale aspetto sommato al procedere dell’azione in luoghi tutt’ora rintracciabili, alle situazioni, ai comportamenti e ai caratteri più che attuali, m’indusse a fare un ammodernamento formale dei testi e alla loro fusione con brani documentali di raccordo per una lettura chiara e fluida: volevo infatti rendere al pubblico nel modo più piacevole possibile, quelle stesse emozioni provate da me durante le ricerche.


M: Lei parla il russo?

FG: Parlo in Russo a mio modo cioè male, meglio prima quand'ero meno arrugginito. Tuttavia lo conosco abbastanza per avere tradotto con successo centinaia e centinaia di pagine, di testi letterari, pubblicazioni e documenti, necessari per la mia ricerca. Non escludendo i rapporti verbali con tutti i russi incontrati durante il lungo tragitto. Devo dire, però, che tutto sarebbe stato più difficile, non solo sul versante delle traduzioni, senza l'aiuto di mia moglie Marina, una moscovita che parla molto bene in Italiano.

M: È stato difficile raccogliere i materiali occorrenti per il libro?

FG: Ho trovato le fonti di merito quasi tutte in Russia, mentre in Italia ho trovato molti documenti di contesto. Se non avessi avuto il sostegno delle persone e delle istituzioni appropriate dato il momento storico, le difficoltà sarebbero state insormontabili. Invece, per come sono andate le cose, i problemi si sono presentati soprattutto nell'organizzazione pratica dei contatti; non sottovalutando la vastità dei luoghi in cui si è svolta la ricerca.


M:
C'è qualche pubblicazione in italiano sulla vita del pittore?


FG:
Esistono notizie generiche connesse a mostre fatte in Italia da istituzioni russe ovvero versioni italiane dei relativi cataloghi. Pur avendo meritoriamente contribuito alla conoscenza del maestro da parte del pubblico locale, anche la più ricca di quelle mostre non disponeva, per intuibili ragioni d'ordine organizzativo, di un catalogo sufficientemente dotato per una documentazione a tutto campo.

 

 

M: Scedrìn visse 12 anni in Italia, morì nel Bel Paese e molti dei suoi quadri, dopo la sua morte, sono rimasti lì. Nella Galleria Tretyakov di Mosca ci sono 12 quadri del grande pittore di paesaggi. Nelle gallerie e nei musei italiani ci sono i lavori di Scedrìn? Dove?

FG: I quadri rimasti a Napoli nell’ultimo domicilio e atelier, alla Riviera di Santa Lucia, sono i non molti successivamente giunti in Russia al fratello Apollòn, per via diplomatica.

 

Quanto ad altri esemplari forse rimasti in Italia in altri luoghi, non risultano dall'epistolario dipinti acquistati da clienti italiani a meno di due destinati a un marchese di Milano. Diversamente sono ben documentati i numerosi dipinti destinati ai clienti russi che si trovavano di passaggio e si potrebbe pensare che non vendesse ad altri se non vi fosse la seguente frase in risposta alle richieste della madre che lo esortava a tornare: - I fatti mi trattengono all’estero dove ho il dovere di completare il lavoro prenotato sia dai Russi sia dagli altri clienti.

 

- Dunque clienti non russi, com’è intuibile, ne aveva, ma non si conoscono dettagli: possiamo solo pensare che alcuni risiedessero in Italia e che qualche quadro da loro acquistato vi fosse in seguito rimasto. Non in collezioni famose o in pubblici musei in quanto attualmente, tranne forse l'eccezione di San Martino, nelle raccolte suddette non risulta nulla.

 

Supposti Scedrìn ogni tanto saltano fuori, ma non si tratta di attribuzioni attendibili a meno di pochissime eccezioni, come la splendida Mergellina firmata e datata 1826, acquisita in possesso da una collezione privata napoletana documentata sul cadere dello scorso secolo, la cui replica-originale del ‘27 si trova al Museo Russo.

 

 

E’ pure di Scedrìn, ma non ha firma né data, una bella Veduta del Golfo di Napoli che vidi a Roma una ventina d’anni fa. Proveniva da un'auzione Sotheby di Londra, essendo appartenuta in origine alla collezione A. Gagarin da Pietrburgo come dicevano le iniziali stampigliate al retro.

 

Abbiamo, infine, notizie di alcuni Scedrìn da lui stesso visti in case del Settentrione quando, diretto in Svizzera, transitò nell’odierna Liguria, e in Piemonte e in Lombardia, ma potrebbe trattarsi di case di Russi temporaneamente residenti, e quindi i dipinti probabilmente finirono altrove.


M:
Secondo lei, che differenza c'è tra la Napoli in cui visse Šcedrin e quella di oggi?


FG:
Circa l'attuale aspetto dei posti dipinti dal nostro, le differenze sono davvero grandi anche perché ai normali cambiamenti di due secoli si aggiunsero le distruzioni belliche e gli stravolgimenti della costa in funzione dei riempimenti voluti dagli urbanisti. Anche la strada litoranea dove abitò e dipinse, oggi è una strada interna; Ma nonostante tutto, delle vedute dipinte a Santa Lucia come di quelle a Riviera di Chiaia o a Mergellina sono rintracciabili alcuni edifici del lato d'entroterra. Pure è rimasto simile l'aspetto del Castello dell'Ovo e quello inconfondibile del Vesuvio, a meno dei cambiamenti del cratere inclusa la scomparsa del pennacchio.

 

Per quanto riguarda i Napoletani devo dire che Scedrìn fu molto abile a coglierne la mimica e gli atteggiamenti cui ancora oggi si può assistere specialmente nelle zone più popolari.

 

Della città descritta nelle lettere, fu bravissimo a registrare gli aspetti, le azioni e i comportamenti per donarci ritratti di grande attualità. Piccoli capolavori sono i racconti della prostituzione e dei costumi connessi al dramma della sifilide, componenti un affresco che però non ha oggigiorno riscontri diretti.

 

Gli appassionati del confronto fra passato e presente ch’è alla base di ogni amarcord, potranno trarre grande vantaggio dalla conoscenza di Scedrìn che tante testimonianze dà del passato e di cose di cui ognuno ha forse sentito parlare.

 

In riferimento a Napoli: Quattro di Maggio che significa trasloco e quindi gran casino; le gite ai Camaldoli e al cratere del Vulcano; la Grotta del Cane, le ostriche e l’acquaiolo; la Floridiana, Palazzo Barbaia e San Carlino; la bonamano, il Sole a Perillo e la canapa puzzolente; la Commedia dei Pupazzi, il sorbetto del barone e La Grotta di Posillipo; Villa Reale e Toro Farnese; Acqua Ferrata e i Ponti Rossi; Castello del Carmine e gli Studi… un terzo abbondante delle cose narrate dal nostro ancora esiste, scarsi due terzi non esistono più, ma sopravvivono nel ricordo dei Napoletani, essendo un pezzo della loro identità.

 

 

M: Quali tele del pittore russo sono le sue preferite e per quale motivo?


FG:
Preferisco alcuni quadri del 1824 e molti realizzati dal '25 al '30, ovviamente escludendo gli apocrifi come le due vedute napoletane con firma e data 1825 del Tropinin di Mosca secondo me ascrivibili ad altro autore. Si tratta in tutto di una trentina di soggetti appartenenti in piccola parte alla fine del secondo periodo romano e in maggior parte al secondo e terzo periodo napoletano, cioè alla piena maturità dell'artista. Rappresentano il Lago d’Albano, il Tevere, il Golfo di Napoli e quello di Salerno, le marine napoletane, le coste di Capri, di Vico, di Amalfi e di Sorrento, le grotte rocciose e le terrazze nel verde, tutto dimessamente in sottotono nell'armonia di un universo cangiante, in cui avverti il rumore del mare, il movimento delle nuvole, l'alito del vento, il tepore del sole e l’aura serena della luna, alle cui luci si svolgono i gesti semplici della commedia umana.Tuttavia, senza fare torto all’autore, devo dire che ho un debole per la Mergellina del ’26, olio su tela cm. 50 x 70, che vent’anni fa vidi in collezione privata napoletana. Con un discorso sussurrato che coglie dalla vita semplice l’aspetto sacrale, Scedrìn racconta l’ora del mattino fra chiacchierio e lavoro, mercato e fannullaggine, non omettendo brani poco edificanti come dormire a terra o spidocchiare il capo dei bambini. Pone confuso fra la gente il discreto movimento di un corricolo con due borghesi condotti da un cocchiere: forse lui stesso in compagnia di un amico, non tradendo l’abitudine d’effigiarsi fra le persone.

 

Per esplorare la scena, lo sguardo di chi osserva procede con la guida inconscia di geometrie celate, soffermandosi su ogni figura e analizzando lo spazio in larghezza e profondità mentre la luce soffice, proveniente da fuori campo, proietta ombre coerenti con la pendenza d’un albero fra vele ammainate. Bianche pareti nell’aria tersa sorridenti ai riflessi del mare, danno all’immagine un rigore canalettiano e i semplici in scena, ciascuno per proprio conto e tutti insieme, sembra rispondano con i loro gesti al rosso corifeo sotto la Croce ben evidente in primo piano.

 

Emerge un modo di rapportarsi a Napoli diverso da chi usava cantare la città in modo volgare: tutto è composto, detto con tono, animato da realistica poesia. Di quel mondo abusato, Scedrìn coglie ricchezza e umanità, folklore e movimento, descrivendo con pacatezza, senza provincialismi, l’amaro e il dolce d’ogni santo giorno.

 

 

M: Secondo lei perché Orest Kiprienskij, Karl Biullòv e Aleksandr Ivànov sono famosissimi mentre Sil’vestr Scedrìn è conosciuto solo dalle persone ben preparate nel campo dell'arte?


FG:
In sintesi dovrei rispondere: - Povero Silviestr! -

 

Più in dettaglio posso dire che erano quattro magnifici pittori, accomunati da diversi anni di lavoro in Italia sebbene in tempi non sempre coincidenti e, meno Ivànov, chiusero per sempre gli occhi nel Bel Paese. Nessuno di loro fu un genio epocale, ma ciascuno ebbe tanto talento da essere considerato nella Pittura Russa, un esponente di spicco della sua specialità: una marcia in più per Scedrìn che fu fra gli altri, un innovatore europeo continentale, purtroppo distinto da un triste destino.

 

Il suo genio, non per sua colpa, fu lento a sbocciare e quando veramente ebbe molto da dire gli restavano, ahimè, solo sette anni. Non fece in tempo a promuovere l’opera né a dare fama stabile al suo successo poiché la sorte, inizialmente radiosa, al momento più inopportuno si girò contro.

 

Quando nel ‘24 nel terzo dipinto in riva al Tevere s'iniziò la sua maturità, era gia cominciato il conto del destino! Infatti, dopo la Rivolta Costituzionale del ‘20, s’era ammalato a Napoli di epatite: catarro al fegato con accessi di bile, come dicevano allora. La iattura, dipanandosi fra crisi, miglioramenti, pruriti insopportabili e corpo giallo, scandì il ritmo degli ultimi anni prima della fine.

 

Che fossero sei soltanto, nel ‘24 non lo sapeva; piuttosto sperava che i medici, tra cui il patologo napoletano che curò Leopardi, potessero sradicargli la malattia ma sopraggiunsero altri malanni dovuti a Venere.

 

Dopo l’avvento al trono di Nicola I e la repressione dei Decabristi, s’affievolì sempre più in lui l’idea di ritornare in patria. Cessarono le speranze di promozioni accademiche che a Pietroburgo avrebbero dato ossigeno alla fama meritata. Lavorando, infatti, come un Titano era riuscito, nonostante tutto, a dipingere e a vendere un gran numero di ottimi quadri e tanti ancora glie ne venivano prenotati senza intervalli.

 

 

Compensava la sua infelicità vivendo immerso nel paesaggio per ritrarre gli umili in vedute magnifiche, che rese come altri mai seppero fare. Purtroppo i suoi protagonisti non erano i ricchi aristocratici ben patrocinanti l’opera, o i personaggi celebri di Kiprienskij come pure di Briullov.

 

Kiprienskij invero ottimo ritrattista romantico d’intensa psicologia, ma non altrettanto convincente in composizioni maggiori stranamente accademiche, deve molto della sua grande notorietà al potere sociale delle persone da lui ritratte, oltre che a una diffusa e buona visibilità persino alla Galleria degli Uffizi e al Palazzo Reale di Napoli. La vicenda di cronaca nera in cui a torto sembrò fosse coinvolto a Roma contribuì ad accrescere la sua notorietà.

 

Karl Briullov, dal suo canto, incrementò la propria già favorevole condizione, col ruolo attivo di professore in Accademia Imperiale e anche con l’avere presentato nel suo enorme Ultimo giorno di Pompei, un tema tanto gradito da far volare la fama sulle ali del tempo.

 

Ivànov con Apparizione di Cristo al Popolo, aggiunse ai vantaggi propri del soggetto evangelico, il potere d’impressionare lo spettatore con un quadro di ancora più grossa estensione. Inoltre i suoi argomenti filosofico-esistenziali, esaltavano sempre più l’amor proprio dei critici e davano un ottimo sostegno alla notorietà dell’opera. Il dipinto una volta giunto da Roma a Pietrburgo fu acquistato dallo Zar e poi donato al circuito museale; approdò infine alla Tretjakov in una sala costruita apposta per contenere i sei metri d’altezza per otto del gran gigante che tutt’oggi, colpisce le fantasie degli spettatori.

 

Molto prima di tanto, a Napoli non avendo per forza maggiore partecipato a mostre importanti e non avendo dalla sua i recensori, Silviestr si perse nel negato ricordo di un ambiente di furbi, per poi svanire del tutto nel fiume dell’oblio. I dotti critici preferirono promuovere i pittori locali che in sua mancanza divennero unici soggetti stabili del dibattito culturale e In Italia ci volle quasi un secolo perché timidamente si tornasse a parlare di lui.

 

 

Diversamente a Pietroburgo, la fama dei suoi dipinti, importati da blasonati collezionisti o giunti in ambito imperiale, decollò lentamente fra le remore degli ambienti ufficiali contrariati e un po' disorientati dalle sue pur non gridate novità. Comunque in seguito, promossa da critici indipendenti e sostenuta da paesisti di nuova generazione, la dimessa fama prese a crescere fino a raggiungere un livello notevole verso metà del secolo.

 

Era il 1850 quando un esponente autorevole degli ambienti ufficiali russi, reduce da un sopralluogo a Sorrento al monumento inviato da Pietroburgo alla tomba di Scedrìn, scriveva le seguenti parole:

 

- Non potevamo farci capaci dell’amore con cui uomini e donne di Sorrento, avvicinandosi all’immagine del pittore, con ossequio ne baciavano il piede, facendo ripetere il gesto anche ai bambini -

 

Il recensore, mettendo a fuoco un gesto tipico di devozione ai santi, esprimeva in metafora la stima della cultura russa; mentre per gli umili che l’avevano amato, pure partecipando ai suoi quadri, il bacio del piede era una sincera espressione di filiale riconoscenza.

 

 

Marina Nikolaeva/ Mosca-Roma, giugno 2019

 

 
 
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