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"La paura di dovermi confrontare con il mondo della biografie pucciniane, di scrivere un testo che fosse inutile perché su Puccini c'era già "tutto", era molto forte..."

 

Quando ho visto il nome "Emiliano Sarti" come autore di un libro sulla vita e le opere di Puccini in una delle librerie di Lucca, ho avuto subito l'impressione che mi fosse conosciuto. Ho sfogliato un po' il volume e poi l'ho comprato. Nei due giorni successivi non sono riuscita a staccarmi da questa lettura molto interessante, un lavoro fatto con tanta cura e attenzione che fa conoscere, tramite le sue lettere, non solo tutte le opere di Puccini ma anche la sua personalità.

Il giorno dopo, in un caffè della città, ho parlato con Emiliano Sarti di opera, del teatro del Giglio, della letteratura russa, di Lucca, dei suoi libri e ovviamente del suo grande concittadino.

***

Marina: Signor Emiliano, com'era il Teatro del Giglio della sua infanzia e della sua adolescenza?

Emiliano Sarti: Ho cominciato a frequentarlo quando avevo già vent'anni e avevo da poco scoperto l'opera. Nell'estate del 1973 ho visto "La Boheme" a Torre del Lago. La mia prima volta al Giglio è stata con il "Don Carlo" di Verdi e qualche settimana dopo ho visto la "Lucia di Lammermoor" di Donizetti. Sono ricordi ancora molto vivi. Il "Don Carlo" era molto lungo e finì all'una di notte. Io ancora non abitavo a Lucca e dovevo muovermi in macchina da un paesino della Versilia. Ero giovane e venire a Lucca per poi tornare a casa tardissimo era già un evento per me. Quello è il primo ricordo del Giglio.

Da allora vengo in questo teatro ogni anno e ho visto quasi tutte le rappresentazioni che vi sono state date fino a oggi.

M: Com’è nato il suo interesse per l'opera?

ES: Proprio con le musiche di Puccini. Da ragazzo ho studiato per dieci anni il pianoforte. Ascoltavo molto la musica sinfonica ma non ho avuto mai l'occasione di ascoltare quella lirica. All'inizio degli anni'70 ci fu in televisione uno sceneggiato sulla vita di Puccini girato da Sandro Bolchi, dove Puccini era interpretato da Alberto Lionello, un famoso attore italiano anche teatrale. Erano cinque puntate durante le quali facevano ascoltare anche alcuni brani delle opere pucciniane. In quel periodo mi è scattato l'interesse per Puccini, soprattutto il Puccini uomo, personaggio, ma poi anche l'artista.

Questo fu il mio primo incontro non solo con l'opera ma anche con Puccini. Lo stesso anno a Torre del Lago vidi la "Boheme" e rimasi "fulminato". Tornato a casa, passai tutta la notte a rileggere il libretto: la mattina lo sapevo quasi a memoria.

M: "La Boheme" è proprio l'opera giusta per cominciare.

ES: Sì! Poi con il passare degli anni ho apprezzato molto anche le altre sue opere. Ora, se dovessi dire qual è la mia preferita, direi la "Fanciulla del West", ma la "Boheme" lo è stata per molti anni. Poi ascoltando, vedendo e studiando molto "La fanciulla", questa è passata in testa. Io sono entrato nel mondo dell'opera non tanto attraverso l'opera a teatro quanto attraverso lo sceneggiato televisivo. Da lì mi sono incuriosito e ho cominciato ad approfondire prima il mondo di Puccini e poi anche degli altri compositori.

M: Al Giglio davano spesso le opere di Puccini?

ES: Da oltre cento anni al Giglio ogni anno danno una, a volte anche due opere di Puccini. Quando il compositore era in vita, al Giglio sono state messe in scena tutte le sue opere tranne "Le Villi", "Il Rrittico", "La Rondine" e la "Turandot" che sono state date al teatro dopo la sua morte: "Turandot" e il "Trittico" negli anni '30, "Le Villi" nel 1987 e la "Rondine" nel 1971.

M: Ne "Il mio mistero è chiuso in me" lei passa in rassegna tutte le opere del grande compositore. L'"Edgar" andò in scena al Giglio nel 1891 e fu proposto per ben undici serate. Questo fatto mi ha meravigliato parecchio. Come mai nella Lucca dei tempi di Puccini, una piccola città provinciale, le opere a teatro venivano date per molte serate, invece ora la stagione lirica è composta al massimo da tre-quattro titoli e ciascuno viene dato al massimo per tre serate? Che cos'è cambiato di fondamentale, secondo lei?

ES: Questo è un problema serio. Quando ho studiato le rappresentazioni di Puccini al Giglio, ho visto che all'inizio del Novecento in un mese davano circa 15 spettacoli. Invece ora sono solo tre-quattro titoli per tutto l'anno. Le ragioni sono varie. La prima è che all'epoca non c'era altro divertimento che il teatro. Non c'erano la tv e il cinema. Quindi chi voleva passare una serata diversa andava a teatro e il teatro aveva delle offerte molto ricche. La seconda motivazione è di tipo economico. A quel tempo c'erano degli impresari che si facevano carico economico di rappresentazioni in vari teatri e investivano i loro guadagni in questa attività, che per loro era una professione. Oggi i teatri hanno le sovvenzioni statali e dei privati, che ogni anno diminuiscono mentre i costi di gestione aumentano. Quindi la stagione lirica di un teatro di provincia come il nostro diventa complicata, anche se l'interesse non è diminuito perché il teatro è sempre pieno.

M: Ma nel suo ultimo libro, "Puccini al Giglio", lei descrive un fatto molto curioso della prima di "Manon Lescaut": "Il Comune era in difficoltà per il reperimento dei soldi necessari e si propose una sottoscrizione pubblica". Nella Lucca di oggi non si trovano degli sponsor per mettere in scena le opere del grande lucchese proprio nella sua città natale? Anche per renderla famosa nel mondo.

ES: Insomma, credo si faccia abbastanza per Puccini. Dal 1996 a Lucca c'è il "Centro Studi Giacomo Puccini" che ha già fatto parecchie cose. Ora c'è la pubblicazione dell'epistolario del maestro e stanno venendo alla luce tantissime delle sue lettere prima sconosciute. Questo è un gran bel lavoro, un lavoro eccezionale. Da questo centro sono stati organizzati dei convegni molto importanti, sia a Lucca sia fuori, specialmente nelle occasioni degli anniversari: nel 2008 per i 150 anni della nascita del compositore, nel 2010 per l'anniversario de "La Fanciulla del West", poi per l'anniversario di "Madama Butterfly", e quest'anno sarà per il "Trittico". Poi la casa natale, il museo, è stata restaurata e aperta al pubblico. Ci sono parecchie cose. Anche il Giglio ogni anno fa almeno un'opera di Puccini e dei concerti d'estate che si chiamano "Le cartoline pucciniane".

Un'altra Istituzione che si adopera molto è la Fondazione Giacono Puccini, attiva da parecchi anni. E le opere al Giglio vengono promosse anche con l'aiuto di vari sponsor.

M: Ha ragione. In città ci sono diverse attività che riguardano Puccini, ma sono accessibili principalmente alle persone interessate e ben preparate. Invece, se non conosci molto il campo musicale, quando vieni a Lucca non riesci a capire subito che sia la città natale del grande Puccini. Molti Italiani, tra cui anche persone che studiano musica, neanche sanno che Puccini sia nato qua e qui abbia vissuto per ben 22 anni. Sono sicuri che il compositore sia nato a Torre del Lago. Forse mancano un po' di informazioni, manifesti nelle vie della città, qualsiasi altra indicazione utile per far notare subito a ognuno che venga a Lucca che questa è la città di Puccini. Un po' come, arrivando a Salisburgo, immediatamente capisci che è la città di Mozart. Oggigiorno molte persone viaggiano da sole, senza guide turistiche che le informino.

ES: Per me è difficile rispondere a questa domanda dal punto di vista del turista. Però, da alcuni amici che sono dentro all'ambito del turismo e delle attività legate al museo, sento che i turisti che vengono a Lucca da molti anni vanno a vedere la casa natale e il numero dei visitatori aumenta di anno in anno. Quindi evidentemente nel circuito turistico le informazioni ci sono. Non so dire se quelli che vengono a Lucca da soli, senza una guida, abbiano le impressioni che dice Lei. Può darsi che qualche informazione manchi. In piazzale Verdi, nell'ufficio delle informazioni turistiche, tutti possono ricevere diverse informazioni sulla città, anche quelle che riguardano Puccini. Poi ci sono alcuni momenti importanti durante l'anno in cui l'attività del teatro e del museo si intensifica. Per esempio, quando ci sono i concerti del festival musicale Lucca Classica organizzato dall'Associazione Musicale Lucchese nei primi giorni del mese maggio.

Oggi la situazione sta migliorando. Quando sono venuto a vivere a Lucca io da ragazzo - oramai sono 40 anni -, la situazione era diversa. Lucca era molto meno visitata, era una città meno turistica e quindi anche Puccini era particolarmente nascosto. Lo conoscevano soltanto coloro che andavano a teatro. Oggi invece mi pare che la situazione sia molto migliorata.

M: Lei ha studiato molto la biografia di Puccini. Secondo Lei, perché Puccini ha musicato molte opere drammatiche e solo un unico breve lavoro comico, il "Gianni Schicchi"?

ES: La domanda che mi pone è uno dei problemi più discussi. Cercherò di risponderle nella maniera più chiara possibile, spero. Lasciando da parte le interpretazioni di carattere psicanalitico, che mi sembrano assai superate anche se in passato ebbero molta fortuna, credo che il motivo principale sia nel carattere del melodramma stesso, che appunto prevedeva un finale tragico. L'opera pucciniana è un dramma di sentimenti, un dramma umano, e il libretto fornisce una trama dalla quale il compositore può trarre l'espressione emotiva e drammatica. Puccini era molto attratto da trame di questo genere. Mentre Verdi richiedeva situazioni di grande virilità, potenti, di grande pathos, Puccini esigeva temi appassionati e commoventi, al centro dei quali ci fossero personaggi semplici e umili, anche se naturalmente ci sono eccezioni. Il tipo di libretto che poteva soddisfare queste esigenze era quello melodrammatico. Le donne pucciniane sono creature dolci e fragili sempre destinate alla morte. E in questo Puccini trova antecedenti anche nel teatro verdiano, in alcuni personaggi femminili di Verdi: Luisa Miller, Violetta, Gilda, Leonora.

Ma ad un certo punto Puccini conobbe un'evoluzione e tentò una strada diversa, nella quale l'amore non porta alla morte, bensì alla redenzione, al trionfo e alla vita. È il caso di due opere: "La Fanciulla del West" e "Turandot". Nella prima, Minnie riesce a convincere i minatori a liberare il bandito e i due partono per una nuova vita. Il finale di Turandot, che Puccini non fece in tempo a musicare, prevede che la principessa di gelo si innamori di Calaf. Non dobbiamo lasciarci trarre in inganno dal fatto che Puccini abbia musicato l'opera fino alla morte di Liù, perché il finale non è quello. Molti pensano che il vero finale di Turandot sia la scena della morte di Liù, ma è un errore che porta fuori strada per l'esatta comprensione di quest'opera. Turandot finisce con l'amore che trionfa ed è un peccato che il maestro non sia riuscito a completare il lavoro. Gianni Schicchi è un caso diverso, perché rientra nel novero dell'opera buffa, di cui in Italia esisteva una lunga tradizione.

M: Di libri dedicati a Puccini ce ne sono tanti e molto diversi. Perché ha deciso di scriverne ancora uno?

ES: "Il mio mistero è chiuso in me" mi fu richiesto da una casa editrice di Lucca. La prima edizione è stata stampata qua in occasione del 150-esimo anniversario della nascita di Puccini. Il libro è andato esaurito in poco tempo e il nuovo editore mi ha proposto di ristamparlo con lui. Però, "Il mio mistero è chiuso in me" è nato con l'intenzione di fare un lavoro non specialistico, come dicevo prima, voleva essere un testo indirizzato anche a chi Puccini non lo conosceva, un lavoro adatto a tutti. Invece, "Puccini al Giglio" mi è venuto in mente man mano che scrivevo "Il mio mistero è chiuso in me". Mi incuriosiva vedere quale era il rapporto di Puccini con la sua città attraverso il teatro di Lucca. Ho cominciato con l'analizzare i primi dieci-quindici anni delle rappresentazioni pucciniane al Giglio e poi sono andato avanti. Di libri sulla vita di Puccini ce ne sono davvero tanti, invece di pubblicazioni sul teatro del Giglio e di storie su Puccini al Giglio non ce ne sono.

M: Tra i libri pubblicati da altri su Puccini, Lei quali trova più completi e interessanti?

ES: Quelli che ho citato nella nota bibliografica. L'inglese J. Budden, presidente del centro di studi "Puccini", che abitava a Firenze ed è morto 10 anni fa, ha scritto un bellissimo libro sulla vita del compositore, pubblicato dalla casa editrice Carocci, che si intitola proprio "Puccini". Un tedesco di Francoforte, Dieter Schickling, ha scritto "Giacomo Puccini, la vita e arte". E, prima di tutto, il "Giacomo Puccini" di M. Carner, pubblicato nel 1958. Questo è stato il primo libro importante che ho letto sulla vita di Puccini. Questo è stato il primo lavoro veramente scientifico sulla vita del compositore, sulle sue opere e sull'analisi delle sue opere. Ricordo che me lo prestò una signora anziana del mio paese che era molto appassionata di Puccini.

M: Ma quando lei ha ricevuto la proposta di scrivere un libro su Puccini, un personaggio celebre in tutto il mondo, non ha avuto paura per la responsabilità verso un artista già affrontato da diversi autori?

EM: La paura di dovermi confrontare con il mondo della biografie pucciniane, di scrivere un testo che fosse inutile perché su Puccini c'era già "tutto", era molto forte. Ci ho pensato a lungo. Poi però mi sono venuti in mente proprio quei lettori che Puccini non lo conoscevano e ho pensato che potesse essere utile un testo che li conducesse per mano alla sua scoperta senza grosse difficoltà. Quell'approccio mi ha convinto a cominciare e ad andare avanti. L'ho anche fatto leggere ad alcuni dei miei studenti, e con loro ogni anno abbiamo fatto il progetto di andare a vedere un'opera di Puccini al Giglio. Proprio grazie a loro mi sono reso conto che avevo raggiunto lo scopo di fare un lavoro per chi Puccini non lo conoscesse.

M: Quali difficoltà ha avuto nella stesura de "Il mio mistero è chiuso in me"?

ES: Il momento più difficile è stato l'inizio perché volevo evitare di scrivere sempre le stesse cose e raccontare sempre i soliti aneddoti sulla vita di Puccini.

M: Ma questi aneddoti sono veri o no?

ES: Può darsi che Puccini, come si legge in tante biografie, abbia iniziato a studiare musica perché suo padre gli metteva delle monetine sulla tastiera del pianoforte e lui, prendendo queste monetine, iniziava ad avere dimestichezza con la tastiera. Mettiamo che questo fosse vero, ma è importante per conoscere Puccini? No! Nelle biografie di Puccini, specialmente in quelle più vecchie, si da' molto spazio a queste notiziole, e ogni tanto ne è scappata qualcuna anche a me; però volevo evitare che il libro diventasse un racconto di luoghi comuni e di aneddoti. All'inizio, ho quindi dovuto cercare di tirar fuori il vero Puccini, specialmente dalle lettere. E poi l'altra difficoltà è stata quella di evitare certi luoghi comuni: per esempio, il Puccini amante della caccia, del lago, delle macchine. Queste sono delle cose che non mi interessavano perché non hanno la minima importanza per capire il Puccini musicista. Volevo mettere in luce come sono nate le sue opere e dare spazio ai momenti che hanno condotto Puccini a creare un opera.

La difficoltà principale per il secondo libro è stata il recupero di tutto il materiale: ho dovuto fare ricerca in tutti i giornali dal 1891 a oggi che parlavano delle rappresentazioni al Giglio per vedere i nomi dei cantanti, dei registi, dei direttori d'orchestra, le date etc. È stato un lavoro molto impegnativo perché sono dovuto andare in biblioteca tutti i giorni. Questa è stata una difficoltà costante fino a che non ho scritto l'ultima pagina.

M: Come e perché ha cominciato a scrivere libri?

ES: Per tutta la vita ho fatto l'insegnante di Greco e Latino al Liceo Classico, prima a Viareggio e poi a Lucca. Il mio primo libro è stato "Amore e morte nella lirica greca". L'ho scritto negli anni '90 ma è uscito solo nel 2010 perché prima non trovavo un editore. Da studente ero appassionato di poesia lirica greca e la passione di scrivere libri è nata in parallelo alla mia attività di insegnante.

M: È stato difficile trovare una casa editrice e convincerla a stampare il suo primo libro?

ES: È stato più difficile trovare una casa editrice che scrivere. Ho impiegato anni prima di trovarne una. Ci sono talmente tante persone che scrivono che gli editori sono inondati da migliaia di proposte. E credo che scegliere sia difficilissimo. Però questo a volte fa sì che scrittori che hanno un qualche valore, non parlo di me ovviamente, non vengano pubblicati. Qualcuno che non ha nome, non è famoso, rimane escluso anche se autore di belle cose.

M: Ma l'Emiliano Sarti di oggi, chi è ?

ES: Oggi sono un felice pensionato, oramai da due anni. Da quando non insegno più mi sono messo a scrivere a tempo pieno e a leggere. Leggo e scrivo.

M: Cosa legge e cosa scrive?

ES: Ora sto scrivendo un libro sulle "Metamorfosi" di Ovidio e ne ho in mente un altro sull'"Odissea" di Omero. Leggo di tutto: romanzi e saggi relativi al mondo classico e a Puccini. Ultimamente ho letto un libro sull'imperatore Augusto di Luciano Canfora che è stato professore di letteratura greca all'università di Bari. E poi romanzi che mi capitano nelle mani e che stuzzicano la mia curiosità. Anche quelli del Novecento italiano e sudamericano mi piacciono molto. Di Mario Vargas Llosa mi sono piaciuti molto "L'eroe discreto”, le "Avventure della ragazza cattiva", "La città e i cani". E poi mi piacciono i russi: Dostoevsky, Tolstoy. Ho letto due o tre volte "Anna Karenina".

M: Non trova Dostoevsky un po' troppo complicato da capire?

ES: Tolstoy mi piace molto di più. Dostoevsky è molto più impegnativo: "I fratelli Karamazov", "L'idiota" sono letture molto più complesse.

M: Ha scoperto la letteratura russa da giovane, da scuola?

ES: No, più avanti.

M: Nella scuola italiana fanno conoscere questi autori russi?

ES: Oggi sì, ma più Tolstoy che Dostoevsky. Per alcuni anni ho insegnato anche Italiano. Quando andavo a scuola io, si studiavano scrittori italiani e basta. Ma le ultime antologie di letteratura italiana, quelle uscite più recentemente, danno anche spazio alle letterature straniere. Ogni tanto ci sono brevi estratti e introduzioni agli autori stranieri, specialmente a quelli più importanti e c'è quindi occasione di parlare anche di letterature straniere. Alla fine della scuola superiore, quando i ragazzi diventavano più grandi, io consigliavo a tutti di leggere prima "Anna Karenina" poi "Guerra e pace". Qualche volta ho suggerito anche altri testi di autori russi, come il "Dottor Zivago" di Pasternak.

M: Secondo lei c'è interesse per la letteratura russa nella scuola italiana oppure è troppo complicata? E la scelta da cosa dipende?

ES: I miei ragazzi mi dicevano che si spaventavano per la mole. E io proponevo loro di partire da testi più brevi. Per esempio, "Umiliati e offesi" di Dostoevsky, che non è lunghissimo. Poi mi ricordo che alcune case editrici 10 anni fa avevano stampato dei libretti che avevano solo una sintesi del romanzo, certi pezzi. La maggiore difficoltà per gli allievi è quindi la lunghezza del romanzo, una volta superato questo ostacolo la letteratura russa piace. E poi io ho sempre insegnato al Liceo Classico, un tipo di scuola dove i ragazzi leggono, basta suggerire loro dei titoli. I miei studenti leggevano molto volentieri. Io ho sempre avuto la fortuna di avere dei ragazzi che da questo punto di vista erano molto motivati.

M: La ringrazio molto per la nostra conversazione. Spero che "Puccini al Giglio" non sia il suo ultimo libro sul grande lucchese!

ES: "Puccini al Giglio" andrebbe aggiornato di anno in anno perché ogni anno c'è qualche produzione nuova al teatro di Lucca. L'ultimo anno che ho affrontato nel libro è il 2017, ma con il mio editore abbiamo deciso di fare l'aggiornamento ogni quattro anni.

Marina Nikolaeva/ Lucca, maggio 2019
foto di Emiliano Sarti

 
 
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